Paola Fabbri

  • articolo di Paola Fabbri
  • ARS HISTORIAE Conoscere e Ricostruire N. 17 Gennaio/Marzo-N. 18 Aprile/Giugno 2009

L’ideale femminile trecentesco vede una figura esile e longilinea, i capelli biondi, la carnagione chiara, il viso ovale, occhi a mandorla, labbra sottili, mani diafane e affusolate, seno appena accennato. L’abbigliamento è studiato per mettere in evidenza le forme richieste dalla nuova moda tendente ad accentuare la linea del seno e del ventre, mettendo in evidenza la sottigliezza della vita. La roba si compone come per quella maschile di alcuni indumenti sovrapposti, principalmente gonnella e guarnacca.

GONNELLA

La gonnella trecentesca è aderente al petto e in vita e diventa ampissima da sotto la vita, si allunga fino ai piedi e ha maniche lunghe fino al polso e strette. Nel trecento, la gonnella, la tunica e la sottana tendono ad identificarsi, mentre nel secolo precedente la gonnella veniva sovrapposta alla tunica, tuttavia troviamo ancora qualche esempio che fa pensare che la tunica o sottana fosse una sorta di fodera della gonnella: al Nord Italia, se si nomina una, non si nomina l’altra, a Firenze nel registro delle vesti bollate del 1343 si nomina la tunica mentre la gonnella non viene mai nominata.

Un’interessante indicazione su un metodo di abbottonatura ci viene fornita da alcuni documenti notarili di Venezia del 1329 di una “gonela rosada cum asole” (1). Le gonnelle venivano confezionate con diverse qualità di tessuto e di fodere e come per quelle maschili assortite alle guarnacche.

GUARNACCA

Sulla gonnella si indossava la sopravveste; la più comune era la Guarnacca. La guarnacca spesso presenta delle graziose aperture laterali, le Finestrelle che rivelano le forme femminili, elegantemente incorniciate dalle aperture bordate di pelliccia. Questi tagli laterali si allargarono sempre di più e vennero definiti “Finestre d’inferno”, l’appellativo caratterizza perfettamente l’atteggiamento ascetico del medioevo di fronte alle tentazioni che le forme femminili potevano suscitare.

La guarnacca era sprovvista di maniche o, quando presenti, erano corte, aperte e finivano con una striscia pendente, i manicottoli. Le guarnacche erano molto decorate; a Firenze nel 1355 si tenta di vietare le fodere di pellicce pregiate come il vaio e l’ermellino, precisando che le fodere dovevano essere rimboccate e lasciar apparire soltanto una piccola bordura alle finestrelle. A Perugia si permettono solo fodere di sindone ( tessuto leggero di di lana, cotone o seta molto fine) sindone serico e taffetà; a Modena nel 1327 si impone che la lunghezza dello strascico non oltrepassi un braccio (cm. 60 circa), nel 1372 a Lucca si concedono sei bottoni d’oro o d’argento per l’allacciatura. Simile alla gonnella è la cotta, realizzata con tessuti più preziosi, come risulta dalle liste dei corredi; solitamente viene portata senza sopravveste. Anche la cotta ha più o meno la stessa linea della gonnella: stretta in vita e ampia al fondo. Negli inventari dei corredi si nominano cotte di drappo azzurro, bianco, vermiglio, con teste di leone, lettere, trifogli e altre figure.

Una cotta particolarmente elegante è la Cottardita; è piuttosto difficile precisarne il modello, probabilmente ha le maniche più larghe della cotta e lo strascico ed è spesso corredata di cappucci. Ve ne sono parecchie nel corredo di Valentina Visconti: cinque cottardite di cui quattro con cappuccio, confezionate con scarlatto di grana, velluto cremisi, drappo; ma ancora più ricchi sono i ricami: due cottardite sono ricamate con perle e diamanti. Una legge suntuaria emanata a Lucca nel 1372 proibisce così come per le guarnacche che vengano foderate di pelliccia di vaio.

CIPRIANA

Molto curiose sono le Cipriane, anch’esse aderenti alla vita, e molto ampie in fondo, si allacciano davanti dallo scollo fino ai piedi con una fila di bottoni d’argento o di perle, e scandalizzano le scollature così grandi che “Hostendunt mamillas, et videtur quod dictae mamillae velint exire de sinu earum”, De Mussis le descrive come vesti disoneste e tutti i cronisti si scagliano contro queste bellissime scollature; soltanto Boccaccio prende le difese delle donne, forse perchè lui stesso aveva scritto “Pomi vaghi per mostranza tondi/ che per durezza avean combattimento/sempre pontando in fuor, col vestimento” (2), ragionando giustamente che se “...le poppe fossero scandalose la natura non le avrebbe poste in così aperta e patente parte del corpo come è il petto, anzi si sarebbe ingegnata di occultarle”(3); ma i legislatori di Perugia non la pensavano come Boccaccio e nel 1342 stabilirono “Ke nulla femmena ardisca portare ne far fare panno alcuno scollato da la forcella della gola in giù” (4) quantomeno non doveva superare le due dita oltre la suddetta forcella, ma non avevano tenuto conto della vanità e dell’astuzia femminile, ed in seguito dovettero modificare la legge specificando che le dita dovevano essere poste in orizzontale. All’inizio del secolo le scollature sono più frequentemente quadrate, intorno al 1370 sono invece ovali, caratteristica appunto della seconda metà del secolo, tuttavia non sono del tutto scomparse quelle quadrate. Bellissimi esempi li troviamo sulle miniature del Theatrum Sanitatis della biblioteca Casanatense, sul Tacuinum Sanitatis di Parigi e Vienna o sugli affreschi dell’Oratorio di Lentate sul Seveso nei ritratti della famiglia del conte Porro. E’ probabile che la cipriana fosse indossata da sola senza nessuna sopravveste

PELLANDA

Sopravveste ricchissima è la Pellanda, che trionferà nei primi anni del secolo successivo. La pellanda trecentesca è allacciata davanti, solitamente è bordata di pelliccia, ha maniche larghe e lunghe, che coprono la mano fino a metà e pendono fino a terra.

Le pellande venivano a volte decorate con tre o cinque once di perle e, come tutte le vesti, potevano avere lo strascico, in Sicilia nel 1308 non doveva superare i quattro palmi, a Firenze nel 1322 sono concesse due braccia (mt 1,20 circa), a Modena nel 1327 e a Lucca dieci anni dopo un braccio e mezzo, a Perugia si tenta di escluderlo del tutto, imponendo la sottana tonda.

Verso la fine del secolo, in contrasto con le scollature, compaiono i Collaretti, altissimi, tanto da arrivare alle orecchie e si allargano intorno al mento; anche in questo caso cronisti e novellieri si scagliano contro le esagerazioni prive di buon senso. Sulla guarnacca, ma non sulla pellanda che è già pesante e chiusa, si poteva indossare il mantello completato a volte dal cappuccio.

BIANCHERIA

Nella biancheria si annotano: camicie e guarnelli. Il Guarnello è una veste semplice, da lavoro a volte considerata anche come una sottoveste; è quasi sempre bianco, o di colore chiaro, confezionato con tessuto di canapa o di cotone, da cui è probabile che prenda il nome, ma anche di accia (filo greggio di lino o canapa) e di lino. Le camicie sono piuttosto scarse negli inventari, e comunque generalmente sono di lino e di linea semplice. Le calze compaiono in minor numero delle camicie, ma sono comunque d’uso corrente; particolarmente eleganti erano le calze solate, quando il cuoio della suola veniva lavorato con particolari stampi e risaliva ad ornare il piede erano chiamate Contigiate; vietate dalle leggi suntuarie.

COPRICAPO E ACCONCIATURE

La ricchezza e la varietà dei copricapo toglie importanza al modo di pettinare i capelli, che sono frequentemente raccolti sulla nuca oppure girati intorno alla testa, del resto spesso erano nascosti alla vista da veli e bende. Soltanto le fanciulle e le donne giovanissime nei primi due o tre anni dopo le nozze potevano andare a capo scoperto con i capelli raccolti in una o due trecce pendenti sulle spalle; al contrario le bende, non venivano portate dalle fanciulle ma solitamente accompagnavano l’abito vedovile.

A Venezia definite “stroppoli” se ne documentano di velluto e di seta decorate con perle e oro (5) Un documento veneziano citato ne “La vita dei veneziani nel 1300” del Cecchetti ci informa che nella notte della vigilia di S. Caterina una compagnia di quattro birbe e di tre meretrici, si diverte a disturbare le donne che vanno alla festa togliendo loro di mano le lanterne accese, che usavano portare con se, e dal capo stroppoli e veli (6).

Il velo nel XIV secolo è più corto rispetto al secolo precedente a volte lascia intravvedere i capelli sulle tempie; solitamente bianco ma ne esistevano anche di dorati contro il quale inveirono i predicatori come il francescano Bertoldo, deplorandone l’uso assieme a quello delle fettucce inargentate. Le ghirlande fiorite, oltre allo scopo decorativo a volte fungevano da messaggere d’amore, che i giovani si scambiavano quale dono.

Fare ghirlande era uno svago come cantar sonetti o suonare strumenti. Per essere elegante una ghirlanda doveva essere leggera: Francesco da Barberino consiglia alla fanciulla “... che non vi affastelli troppi fiori, e tra questi scelga li più piccoletti” (7). Accanto alle ghirlande di fiori freschi, destinate alle giovani, troviamo ghirlande d’oro, di perle, di gemme, d’ambra, di corallo e di cristallo, veri capolavori di oreficeria; particolarmente eleganti dovevano essere le ghirlande di perle intrecciate definite a Venezia “Trezadori” o terzolle nel caso in cui fossero formate da tre file ognuna di cento perle grosse. Le leggi suntuarie proibiscono le ghirlande di metalli preziosi e gli intrecciatoi di perle o quantomeno tentano di limitarne il valore e questo avviene in svariate città; nel 1390 il senato Veneziano le vieta ed elenca tutte le pietre che venivano portate in capo: “ Balasi, saffiri, smeraldi, diamanti, rubini, topacii e perle”.

GIOIELLI

Per quanto riguarda i gioielli, contrariamente a quanti sostengano che gli orecchini compaiono agli inizi del XVI secolo, se ne trovano in alcuni corredi siciliani dove erano molto in voga, non vi è alcuna assegnazione di dote siciliana che non includa i “circelli” o “auricolari” d’argento, o d’argento dorato, con perle o altre pietre preziose. A quanto risulta dall’atto matrimoniale di Lucia Ferreri, (1346) si nominano nel corredo un paio di orecchini a cerchietti di perle e nel corredo di Imperiale Muscarati un paio di orecchini d’oro. All’Aquila uno statuto del 1315 vieta al fidanzato di regalare alla futura sposa più di un oggetto al giorno, fra i possibili doni compaiono anche orecchini a cerchio “cercellos” (7).

Gli orecchini erano tuttavia un ornamento meno diffuso in altre aree della penisola.

Gli anelli erano di uso comune, ma le leggi ne limitano il numero, uno o due sull’anulare e sul mignolo. Solitamente erano d’oro ma se ne nominano anche d’argento e d’ottone. Fili di perle, di corallo, vezzi d’oro o d’argento lavorati a cesello e anche impreziositi da gemme ornano il collo delle dame che doveva essere lungo e candido troviamo anche i “paternostri”, portati al collo o in vita come ornamento.

I paternostri ad uso decorativo erano privi di croce. Da alcuni documenti veneziani citati dal Cecchetti ne “La vita privata dei veneziani nel 1300” ne risultano di cristallo, d’ambra, di corallo e d’argento; i fabbricanti venivano raggruppati sotto il nome di “Paternostreri”

Note

1) B. Cecchetti, La vita dei Veneziani nel 1300, Le vesti cit., p.77
2) G. Boccaccio, Teseida, libroXII, ottava 61,5/8
3) G. Boccaccio, Il commento alla Divina Commedia cit., vol. II, p. 158
4) A.Fabretti, Statuti e ordinamenti suntuari cit., p. 161
4-5) B. Cecchetti, La vita dei veneziani nel 1300. Le vesti cit., p.62, nota 13
6) F. da Barberino, Del reggimento e de’ costumi delle donne
7) M. G. Muzzarelli, Guardaroba Medievale cit., p. 110, 111, 112